Il rapporto fra me e Ignazio è stato per moltissimi anni, giusto per agganciarmi al titolo di una sua recente raccolta di racconti, “a maglie larghe”. L’ho incontrato o, meglio, visto, nel 1989, in occasione di un recital di poesie organizzato a Marausa, in quel di Trapani, dall’ormai sopravvissuto a se stesso Antigruppo siciliano. Dall’alto di una torre Ignazio recitò una sua poesia che mi fece una grande impressione, perchè mi giunse all’orecchio come una fresca, scoppiettante, quanto ineffabile cascata di suoni.
In seguito l’ho intravisto in occasione di qualche serata letteraria, ma mai ebbi modo di avere uno straccio di dialogo con lui, impegnato a parlare amabilmente con altri. Io seguivo, intanto, una mia strada: altri incontri, altri esperienze; ma i molti amici comuni di tanto in tanto mi parlavano di lui e di quello che faceva: mi raccontavano che Apolloni e la moglie Vira, durante i loro soggiorni in questa o quella città, solevano scrivere poesie sulle tende degli alberghi, sui tovaglioli di carta, sui tavoli, che si erano fatti dipingere tutti i muri della loro casa, che erano, forse, un po’ matti; che lui scriveva favole illustrate dal portiere dello stabile in cui abitava e abita in via Trinacria; che non si dava tregua nel mostrare le meraviglie della singlossia.
Io rafforzavo la mia prima impressione di lui: inafferrabile, misterioso e extra-vagante.
Poi pochi mesi fa, complice una telefonata fattami per reperire testimonianze intorno allo scomparso scrittore ed amico comune Terminelli sul quale si pensa di pubblicare un libro, le maglie larghe del nostro rapporto si infittiscono; lui mi regala i suoi libri, io scrivo quel che ne penso; lui mi legge, si sorprende e ci accorgiamo che abbiamo “lana” sufficiente per un golfino a trama più stretta.
Tutte le persone mi incuriosiscono; più che mai gli scrittori e, più ancora, gli scrittori che lasciano sulla carta tracce inequivocabili di intelligenza ed originalità. E leggere i libri di Apolloni mi diverte, mi spiazza, mi getta in uno spazio-tempo “in vero simile”, mi fa navigare tra realtà e fabula, fra verità e sogno; condivido con lui l’odio-amore per la città di Palermo; città da cui vorrei come lui fuggire, spazio a cui sempre finisco con il tornare coltivando improponibili desideri di mutamento nel suo modo d’essere e di farci vivere.
Ma mi accorgo che la cosa che più mi affascina è, come già mi era capitato la prima volta in cui lo avevo sentito recitare, la lingua di Apolloni: mobile, ironica, veloce, frizzante, originale, giocata su più registri lessicali e perfino linguistici. Nei suoi testi, infatti, espressioni colte convivono con altre del parlato, parole morte o agonizzanti con altre fresche di conio; è abbondante la presenza dell’inglese, ma non mancano le citazioni dal francese; e soprattutto, si ha l’impressione che la lingua giochi a prendersi un po’ in giro, che parli di sé come dandosi delle pacche sulle proprie ossa: la sintassi, per esempio, l’organizzazione dei contenuti, il lessico, l’uso dei generi, tutti scavalcati, mescolati, usati per la gioia del narrare di sé, di altri, del reale, dell’irreale, di altro.
Mi chiedo da quali radici familiari, da quali esperienze, da quali incontri, insomma attraverso quali alchimie sia venuto fuori un personaggio come Apolloni.
Il 27 maggio scorso ho l’occasione di parlare con uno dei più affettuosi amici di Ignazio: l’artista Sucato, di ritorno a Palermo da Trapani, dove ci siamo ritrovati insieme a quanti hanno conosciuto ed apprezzato Nat Scammacca per una serata commemorativa in suo onore
Sucato racconta e ricorda con precisione di particolari l’organizzazione delle sue prime mostre e manifesta apertamente la sua gratitudine ad Apolloni, che non ha esitato a finanziarle personalmente. Questa cosa mi sembra davvero incredibile: un artista palermitano tanto magnanimo come, che so?, quel Mecenate d’età augustea, come un Signore rinascimentale; e, soprattutto, da dimenticare, come noto dalla faccia stupita di Apolloni, di avere svuotato le proprie tasche per dare soccorso concreto ad un artista, come si dice, emergente?
Ma chi è questo Ignazio Apolloni? Devo saperne di più.
Ed è così che Ignazio diventa il mio oggetto di indagine preferita da parecchi giorni; indagine che, in verità, non si rivela così difficile. Gli chiedo, infatti, se posso fargli,
diciamo così, un’intervista, e lui si mostra subito (lo immaginavo!) d’accordo. Ci incontriamo nella sua bella casa: Ignazio parla volentieri di sé,e anche molto, ma sempre senza autoesaltazione, senza sfinire l’interlocutore a cui riserva ampi spazi d’ascolto partecipe. Seconda virtù rarissima: mi dico, mentre mi ascolta.
Così, man mano che Ignazio parla di sé, la mia mente e, qualche volta, la mano annotano; quest’ultima i nomi soprattutto, che mi sfuggono sempre deformandosi ridicolmente nella mia memoria troppo affollata.
Ed ecco che la sua biografia mi svela, più che i fatti, oltre i fatti, la qualità di un esistere che ha avuto tre caratteristiche fondamentali: la mobilità nello spazio, la ricchezza degli incontri e degli affetti, la volontà di essere unicamente, largamente, generosamente se stesso.
Palermo, Reggio Calabria, Torino, Roma, Parigi, New York, Los Angeles le città della sua vita: l’infanzia, l’adolescenza, gli amori, gli studi ; gli anni del fascismo, la fuga dalla politica italiana e la nostalgia della famiglia emigrata in America; l’anima diversa ma condivisa della lingua inglese, la professione di insegnante, i fatti di Berkeley nel ’63; e poi il ritorno nel 1965 a Palermo, l’iscrizione al Partito Socialista e da qui l’esperienza di una scrittura messa a servizio, negli anni più caldi, dell’impegno politico.
Gli incontri sono stati molti e determinanti: coetanei ed adulti nell’ambiente chiuso e provinciale di Reggio Calabria, l’alta borghesia romana prevalentemente fascista, donne di varia personalità ed educazione intellettuale e religiosa, i molti amici frequentati durante il soggiorno americano, strumenti preziosi di conoscenza e comprensione di una società multietnica, efficientemente democratica, proprio perché coacervo di idee e scontri; e tra questi amici, molti attori e cineasti dell’ambiente cinematografico hollywooddiano, molti ebrei emigrati.
C’è bisogno d’altro per capire da dove vengano fuori certi suoi racconti sull’allucinata incapacità comunicativa dei suoi personaggi di razze e/o lingue diverse, e i suoi pasticci verbali e i molti spazi in cui le vicende si ambientano, e la deformazione fantastica subita da persone, luoghi, eventi?
E per giustificare tutti quei registri narrativi che si mescolano a volte con esiti esilaranti? Pulci e Peter Sellers, Cervantes e Conan Doyle e molti, molti altri artisti di ogni spazio e tempo si danno, infatti, appuntamento sulla scena narrativa di Apolloni con le loro tipicità ed umori letterari.
Ma senza dubbio sono state le radici di Ignazio a fare crescere la sua pianta inusuale: i nonni, uno marchigiano e l’altro siciliano; il primo generosissimo, che gestisce il denaro per la gioia conviviale e per il gusto di godere il sapore intero della vita: lavoro, famiglia, amici, divertimento. L’altro ricco, ma di una ricchezza che si traduce in accumulo di proprietà, severo, in qualche modo padre padrone, ma amante della musica, tanto che un po’ tutti in famiglia suonano un qualche strumento, frequentano i teatri. Anche questa volta lo scontro fra due modi diversi di sentire la vita, e due ritmi verbali e spirituali contrapposti.
Il papà è un mangiapreti, antifascista, orgoglioso, puntuale, bravissimo nel campo del lavoro, diventato, dopo uno sciopero, organizzato dagli operai ai Cantieri Navali di Palermo, nel 1917, e represso con la forza , un accanito sindacalista. Egli è un affabulatore di sé e della propria vita che racconta al figlio Ignazio giovinetto, senza saper quanto tutto ciò diventi in lui mito, e cioè forma del sentire e del vedere la realtà e la società.
Due risposte di Ignazio mi colpiscono. La prima segue alla domanda: “Perché scrivi?”. Mi risponde: “La scrittura è una cosa squisitamente genetica” e mi parla con ammirazione della cultura ebraica che educa tutti alla lettura della Torah e alla meditazione sulla lingua, e da lì vien fuori tutto un disquisire sullo scientismo e l’evoluzionismo e la Ragione. Conclude che la scrittura è presente nel DNA di ogni buon scrittore.
L’altra risposta, ancora più interessante, è data alla mia domanda. “Che cos’è per te la lingua?”
Perché Ignazio parla a questo punto dell’insufficienza della lingua, di parole gabbia, che negano il futuro, di limiti definitori, di strettoie da evitare; e ho nella memoria la sua tessitura verbale, il suo sconfinare dai generi, dall’ordine sintattico, dagli esiti troppo scontati; ho in mente molti suoi racconti che non hanno un vero e proprio finale, che lasciano spazio all’immaginazione, al dubbio del lettore. Soprattutto mi spiego perché egli abbia operato prima a favore della poesia visiva, maestro Eugenio Miccini, e in seguito, superandola, a favore della singlossia, teorica la semiologa Apicella, nell’intento di moltiplicare nel più alto numero possibile, i linguaggi, che è come dire rappresentare da molteplici punti di vista l’uomo, la realtà, il loro rapporto.
Da qui a immaginare, come poi dice, una società senza strutture il passo è breve. E senza strutture non vuol dire senza etica, essendo per Ignazio l’etica piuttosto una libera adesione al bene senza costringimenti, senza sovrastrutture religiose, senza fanatismi o ideologismi, cosa che assicurerebbe, a suo parere, pace, tolleranza, libera convivenza.
La nostra conversazione, quindi, ritorna alla città di Palermo, dove risiede ormai dal ’65 e non può non cadere sull’Antigruppo e sul ruolo da lui esercitato sulla sua nascita e sul suo sviluppo.
Ignazio ricorda volentieri la sua attività politica come militante del Socialismo, gli incontri con Nino Buttitta, Giacinto Lentini e, dopo il ’68 francese, l’arrivo a Palermo del presidente dell’ARCI dell’Emilia, che lo invita ad aprire una sezione a Palermo, che in effetti trova la sua sede in via Mariano Stabile. Qui verranno a trovarlo Nat Scammacca, Crescenzio Cane e Pietro Terminelli che vogliono alzare la loro voce di protesta contro i gruppi intellettuali dominanti a favore di una letteratura comprensibile alla classe proletaria.
Saranno organizzati da lui molti recital di poesie, distribuiti ciclostilati, promosse manifestazioni di piazza e la poesia murale; ad Ustica per cominciare e, successivamente, nelle Camere del Lavoro di vari paesi e città siciliane. Il modello è il poeta russo Majakovskij. È nato così l’Antigruppo a cui molti si interesseranno: Melo Freni, Sciascia, Danilo Dolci, Roversi, Mariella Bettarini, Zagarrio,il regista Zavattini; e, ancora, Rolando Certa, Santo Calì, Gianni Decidue, Ignazio Navarra, Carmelo Pirrera e tanti altri. Nell’anno 1973 l’Antigruppo presenta, in occasione del Convegno Nazionale degli Scrittori a Bologna una ponderosa Antologia in due volumi che racconta la storia dell’Antigruppo e pubblica testi in linea con il movimento.
Ma l’Antigruppo ha molte anime, tenute insieme spesso soltanto in nome di una teorizzata tolleranza: sicché dopo gli anni ‘70 la sua carica eversiva può dirsi terminata, pur continuando ciascuno dei suoi componenti un suo percorso. Il recital di Marausa, nel 1989, a cui pure io partecipo e durante il quale conosco, come dico all’inizio di questa mia, Ignazio Apolloni è la celebrazione della sua fine. A me comunque servì per stringere una bella e feconda amicizia con Nat Scammacca e Pietro Terminelli e per ritrovare, trascorsi lunghi anni, Ignazio.
Mentre parlo con lui, durante qualche pausa (il telefonino, infatti, squilla più volte), guardo la sua casa; quella casa tante volte descrittami da altri. Cos’ha di speciale? Niente, se però sovviene che è la casa di Ignazio Apolloni; nel senso che ne rispecchia la vitalità, la fantasia, l’amore per la vita ( “Io non ho mai scritto la parola morte”, è una delle sue affermazioni più curiose), la naturale disposizione alla singolarità: alcune pareti sono affrescate da Salamone e da Zito; i collages, i disegni sono per lo più di Zito, le porte, le sculture in legno + chiodi ed altri insoliti materiali sono di Sucato: una testimonianza dunque della sua capacità di sentire ed operare in perfetta sintonia con gli altri, della sua inclinazione a valorizzarli, ad aprire loro i suoi spazi privati. https://www.youtube.com/watch?v=Tu9YSj1AkLI
Ignazio mi aveva invitato qui a parlare del suo ultimo libro; L’amour ne passe pas; ma, dopo la nostra chiacchierata mi è venuto in mente che potevo, invece, assumermi il compito di presentare l’uomo e lo scrittore in modo più completo e ravvicinato di quanto possa fare una qualsiasi, pur completa bio-bibliografia.
E tuttavia voglio dire qualcosa di questa ultima opera di Apolloni, proprio perché essa ha attinenza con quanto è stato detto fino adesso del suo scrittore. Per esempio la scelta delle destinatarie: non solo italiane, ma francesi, americane, inglesi, spagnole nel segno di una cultura internazionale; non solo donne storicamente vere, ma anche eroine mitologiche o dei fumetti o della letteratura, nel segno dell’amore per la fantasia, l’immaginazione e la favola; e non solo donne per una sorta di galanteria maschile che rende omaggio alla femminilità e alla bellezza, ma soprattutto per desiderio di liberarle da ogni pregiudizio etico e sociale, nel nome di un impegno per una società migliore senza barriere di alcun tipo. E per finire. In questa, come nelle sue opere precedenti, c’è un’ironia frizzante, un esercizio della lingua come ludus e come inventio, un’attenzione all’ascolto dell’intima essenza di ogni personaggio, un tono che giocosamente affronta temi seri.
Quando non si danno differenze fra l’uomo e lo scrittore, siamo davanti ad un’operazione letteraria vera; siamo davanti ad una persona intera.
Galeotto fu il libro…ossia quello a maglie larghe che ha fatto passare sentimenti d’amicizia e di affinità intellettuali fra me ed Ignazio.
Pubblicato su Oggi 7, settimanale di America Oggi, edizione del 13 Gennaio 2008, pag. 20, con il titolo “Apolloni, chi è costui”?
di Giuseppe Luigi Coluccia
Ignazio Apolloni… D’amore e di silenzio
Un po’ alla volta, la curiosità è cessata, la forma diviene dominante.
Con Pensieri minimi e massimi sistemi (2012), Ignazio Apolloni si è imposto a Palermo e in Sicilia, ha varcato poi l’isola nello spazio nazionale. Basta poco, e si è davanti a uno scrittore che crea situazioni d’amore nel cui confronto – con Vira (Elvira) Fabra – c’è il massimo protendersi interiore e intellettuale del narratore, saggista, poeta, scienziato, meno metafisico di quel che si pensi. È confermata la percezione di uno scrittore che crede nella parola come crede nell’amore. Procedo con questa cadenza, l’evidenza dell’amore di Vira, la ricerca supplice – quasi silente – dell’innamorato Ignazio. Se devo commentare la dedica dell’autore sulla copia che mi ha donato, mi sorprende che in quelle parole mi sia chiesto cosa penso di “Niusia” e dell’autore. Ebbene, sono pronto a dire la mia sui Pensieri minimi e massimi sistemi, quasi includendo per via il romanzo Niusìa (2012). Alcune note sono di obbligo.
Ignazio conosce Vira nel 1967, tornando dagli Stati Uniti; e Vira è piemontese. A Palermo nasce l’Antigruppo di Ignazio, ma Vira è moderata, è intellettuale, sensibile alla cultura, ha un debole per la narrativa d’amore; sua passione sono la filosofia, la estetica e la critica d’arte. Il libro Cartesio un filosofo da amare, fa capire la reciprocità intellettuale tra Vira e Ignazio, il quale riconosce che in passato abbia scritto lettere d’amore – come L’amour ne passe pas, Lettres d’amour à moi même, Voyage autour de la femme. Vira ha in Franca Alaimo una vera amica, la quale è immersa nella sua cultura. Ignazio è compreso della vita coniugale con questa Vira, cui dedica tempo e pensieri, semplicità, e fatti quotidiani di estrema piccolezza, e in questo è la loro vita felice. Anzi, da questo momento viene a fiorire una vita sentimentale. E Ignazio ha solo lei, Vira. Il resto del mondo non conta più.
Aprendo il libro, si ha la originale introduzione di Franca Alaimo. Scrive Ignazio: “Mi rallegra il pensare che tu (Vira) avevi vinto la lotta con la fine, rimanendo integra e bella, fotogenica e con espressione al limite della felicità fino all’ultimo istante”.
Di queste osservazioni il volume è pieno, in ogni nota o frammento che l’autore scrive, si apre un orizzonte vasto in cui letteratura, film, scrittori e poeti di ieri e di oggi, scienze astronomiche, fisiche, naturali e naturalistiche, la stessa chimica entra in campo, con rilievi e commenti incisivi che almeno verso la fine la presenza o la nota per Vira è immancabile. A volte con date precise, a volta senza. Ed è un trionfo per l’innamorato Apolloni, una continua grazia di cortesia per Vira, che quasi sempre recepisce e commenta con interventi appropriati e riverberanti una cultura aperta e semplice a un tempo. “Sei grande anche per me”, dice Ignazio. L’abbiamo ritenuto poeta scrittore e scienziato – se vogliamo approfondire questa ampia cultura, io vedo in Ignazio più di Aristotele che di Platone. E le sue aperture mentali non tengono conto, a esempio, del fascismo, della monarchia, e della Chiesa di Roma – aspramente criticati da lui – per ricadere sul campo della ricerca libera, spontanea con ironia e buon senso sempre. A livello di linguaggio, con la “singlossia” è stato capace di aprire sentieri nuovi alla ricerca poetica e filologica, linguistica, letteraria, fiabesca. Gli scritti sono vari, e tutti pongono gravi interrogativi al sapere collettivo, divulgativo, popolare.
La città di Palermo sa ormai di Ignazio Apolloni, conosce gli scritti, ne apprezza i giudizi. Egli nota la delusione di Vira, ne ricorda i romanzi Siamo soli, Molte migliaia di anni fa uccidemmo la scienza, Inciviliti dalla scienza o divorati dai cannibali, parla di Roberto Saviano, di Cartesio. Riporto questo pensiero di Ignazio: “Alla logica della ragione, alla coscienza dell’Ego cogito di Cartesio, Pascal aveva contrapposto quella del cuore che a sua volta ha spinto Heidegger ad affermare che tutto scaturisce appunto dalla parte più invisibile e interiore del cuore. Tu hai trattato tutti e tre questi filosofi, ripetutamente citandoli come dei grandi; cercando di conciliare logica, ragione, fede e cuore. Peccato per quel certo Heidegger. Con la sua filosofia protonazista…”. E menziona altro saggio di Vira: Ultimi tattili ai margini della memoria. Nel commento di Ignazio la nota: “Ho sempre procrastinato la lettura del testo di Coelho in quanto, come sai, le problematiche religiose mi sono estranee… Dicono di una felicità nello starmi accanto – e io accanto a te sebbene a volte distante perché preso dal turbine della creatività a ogni costo: quella che magari fa uscire fuori di senno e conduce talvolta al suicidio per la mancanza di risposte al cogito”. E Ignazio parla anche di Favolette, e Vira ne tiene il commento. Si passa nel problematico, cioè alla scienza spaziale e astronomica; e Ignazio prova il suo commento: “Giorno verrà, direbbe il poeta, che tu sarai prelevata dall’oblio; una tua particella –sia mnemonica o di altro tipo – sarà chiamata a illuminare stelle morte o morenti. Sarà la mia vendetta, la mia maledizione nel ciclo dell’informe senza storia, alta ricerca di un’anima che non avevo, che nessuno ha mai avuto: che non esiste”. E le avanguardie sono valutate secondo la misura classica, e pesa su di loro la riserva o l’epoché. In una parola, il vicolo senza via d’uscita. Se poi guardiamo la realtà, ci appare reale o fantastica, secondo la moda. E pensando a Vira, egli annota: “Avevi bisogno di essere sempre rassicurata dalla presenza accanto a te dell’uomo della tua vita, significativamente rimasto solo io… Se sapessi, nemmeno più sui muri si scrive la parola Amore. Niente più messaggi del tipo Mary ti amo lasciato da mani inesperte, ma eloquenti di un’età che ancora non ha conosciuto la ragione. Pare che al muro si sia sostituito il telefonino… Gli occhi non dicono, il cuore non palpita nel sentirsi sfiorare le labbra o le nocche. Cosa resta perciò del fogliame del passato se non un tronco spoglio, intirizzito”. Si pensa alla Scala di Milano, dove impera Emma Dante, ma poi le cose cambiano come i sentimenti, come il cuore. Le donne del passato sono cosa sbiadita davanti a Vira interamente presente: “Ti ho amato, dice Ignazio. Posso avere avuto qualche torto, e lo confesso. Mi nobilita però ai miei stessi occhi la dicitura di una frase lasciata su una busta contenente alcuni miei messaggi affettuosi, di ritorno o prima della partenza per un qualche viaggio o per qualche festività. Essa dice: Incredibili lettere d’amore: fotocopia per Ignazio che è impossibile non amare”. E ricorda l’Opium, il profumo di Vira, che faceva ben due docce al giorno.
Ma le cose cambiano. E Ignazio è triste per Vira che non c’è più.
“Mi rattrista pensare che non ci sei più, osserva Ignazio, mi rallegra però sapere che c’è ancora chi si ricorda di te… Ti è bastato un mio biglietto, poche parole, dietro cui tuttavia c’era la stima più profonda di un marito per la sua donna: la quale aveva deciso di vivere tutti i suoi possibili anni insieme a lui”. Gli interessi e le curiosità dell’autore sono tali e tante che egli entra nell’alta tecnologia come entrerebbe nel discorso filosofico, nella cultura umanistico-rinascimentale. Scrittori di oltre

oceano – americani soprattutto – ma anche europei, russi, italiani seguono le sue riflessioni, sono citati e a volte commentati. Ma l’interesse di Ignazio è soprattutto per la scienza: cita Einstein, alcuni artisti, parte dalla Sicilia e vi ritorna, ai ricordi americani associa il presente, l’attualità, il dettaglio, la piccolezza, la semplicità, la isola divina. Esalta la lettura, il libro rivelatore, la saggistica. Egli ammira la donna – Vira e le altre. Dice: “Un homme qui lit en vaut deux: Io però aggiungerei: Mais une femme qui l
it en vaut au moins trois. Ovvio, essendo che in questo momento sto pensando a te”. In confidenza, leggiamo questo altro passo di Ignazio: “Ho voluto tenere tutto per me. Adesso lo divido con chi mi ha dato tanto amore; la sua stima; il suo apprezzamento per ciò che andavo realizzando. Non sono stato bravo a parlartene in vita. Lo faccio adesso, sicuro della tua risposta via etere, affinché chiunque altro nell’Universo senta”.
Quarantadue anni con Vira sono già una vita, ma Ignazio sa di aver sposato un’altra, e poi, grazie al divorzio, ha avuto il dono luminoso di Vira Fabra, che gli ha dato tutto in sapere, in arte, in amore, nella cultura, nelle piccolissime cose. Ho letto la lettera autografa di Franca e Carlo Bologna; ne condividoil pensiero e il sentimento. Il volume di Ignazio, Pensieri minimi e massimi sistemi, si presenta complesso, divulgativo, semplice anche, ma più spesso i suoi frammenti presi da vari testi lasciano pensare alla intensità di una vita spesa interamente nella cultura, nella critica, nella linguistica. La sua testimonianza abbraccia quasi un secolo, ma la celebrità di Ignazio Apolloni supera i confini di Italia, è europea, forse mondiale. Ci sarebbe tanto da dire ancora, ma mi fermo qui. A Palermo è attiva da anni la Fondazione Apolloni-Fabra.
ANTIGRUPPO INTERGRUPPO SINGLOSSIE
ANTIGRUPPO INTERGRUPPO SINGLOSSIE TRA IDOSEMANTICO E FONOSEMANTICO: LA SINGLOSSI
Nel presentare in questa occasione – e in questa sede – una RIVISTA che per necessità e immediatezza di comodo possiamo definire letteraria o di varia letteratura, occorre informare subito i presenti che non si tratta in questo caso di una pubblicazione nata ora e di cui si vuol proporre il primo numero che annuncia il susseguirsi di una serie, secondo il progetto e il destino editoriale coltivato dal suo ideatore. Questa rivista è nata e vive da parecchi anni. L’ha fondata Ignazio Apolloni che, in collaborazione con Pietro Terminelli, l’ha condotta su tracciati della ricerca e della sperimentazione poetica calata in due distinti versanti, di elaborazione e di scrittura. Uno votato al ribaltamento linguistico e sintattico del verso costruito su una successione di impatti lessicali rispetto alla “tradizione” della parola, del suo codice semantico, ora sempre più incalzato negli slegamenti di significato e di senso – e perciò stesso parola poetica spesso altamente cadenzata nel suo flusso concettuale, nei suo eventi analogici, come nei suoi improbabili raccordi (così in Terminelli, per esempio). Una ricerca poetica, però, ancora basata sulla linearità, sulla orizzontalità del rigo che organizza lo spazio della pagina snodandosi, appunto, nell’ordine del verso. L’altro versante, invece, totalmente ri-versato nella liberalizzazione verbo-visiva dell’ingrediente poetico dislocato nel supporto della pagina o altrove, in altri siti catturabili dall’occhio, come diremo. Queste due componenti della ricerca poetica, l’una ancora di scrittura lineare e l’altra insubordinata nell’utilizzazione di segni, segnali, immagini e parole, sono state registrate e comunicate negli anni precedenti dal lungo ciclo di questo stesso periodico che, con la testata di “INTERGRUPPO”, ha ospitato di volta in volta esempi tra i più rappresentativi della sperimentazione e della ricerca poetica dei nostri giorni, affermandosi presto anche a livello internazionale. Senonché, assecondando la propria vocazione, sia di teorico che di operatore in questo campo – e ritenendo inoltre che, rispetto alla poesia lineare, quella verbo-visiva è stata capace di fornire ulteriori e più interessanti sbocchi – Ignazio Apolloni ha operato una scelta decisiva, privilegiando, con l’uscita e la presentazione di questo nuovo numero, il versante più congeniale, aggiungendo così alla precedente testata di
INTERGRUPPO la definizione specifica di INTERGRUPPO SINGLOSSIE. In tal modo, la continuità ideologico-poetica o letteraria che ne ha fondato l’apparizione rimane; rimane di essa la forte carica delle motivazioni culturali attestate sui più attuali bisogni di amplificazione della conoscenza rispetto anche ai generi espressivi che si vogliono praticare. Ciò che non cambia ma viene ulteriormente ricercato e approfondito è, come si è detto, l’uso dei segni, segnali, immagini, parole che, nel loro costituirsi in ambiti della sperimentazione poetica prodotta dalle neoavanguardie, si sono via via formalizzati in termini di “Poesia visiva o tecnologica”, “Poesia concreta”, “Singlossica” e, infine, di “Nuova scrittura visuale”. All’origine di questa poetica complessiva e del suo coerente divenire, esiste il presupposto secondo cui una rapida rivoluzione tecnologica ha spinto gli avvenimenti verso una soluzione retinica in senso mediato: l’organo della vista è stato addirittura potenziato, ma un inconscio collettivo nutrito di segni alla seconda potenza ha chiesto all’artista di produrre soprattutto “segni in forma di scrittura”. Parola e immagine si sono statuariamente poste, pertanto, come protagoniste della creatività contemporanea, facendo coincidere le modalità del loro rapporto esattamente con la funzione dell’immaginario (l’artisticità o l’esteticità di una volta). Così, la poesia visiva o tecnologica, fatta di figurazioni e di parole, annulla la dicotomia fra civiltà della scritturae civiltà dell’immagine, cosicché sia l’una che l’altra sembrano destinate a coesistere e semmai è riscontrabile una tendenza alla sovrapposizione, nel senso che ciò che è visivo tende a farsi anche discorsivo (ma non necessariamente descrittivo), e ciò che è discorsivo tende ad assumere anche un aspetto visivo. La poesia definita concreta, non riproduce più, a sua volta, il senso semantico o il senso estetico dei suoi elementi, ad esempio le parole, con la consueta stesura di contesti ordinati linearmente e grammaticalmente, ma gioca su possibili nessi di superficie. Essa ora appartiene alla teoria testuale, un campo della moderna estetica, la quale si occupa degli “oggetti rappresentati da parole” (poesia) e comprende nelle sue indagini anche gli “oggetti di disegno”, la grafica pubblicitaria, per esempio. Ma l’ambito che contiene questa coesistenza – occorre aggiungere a questo punto – conserva ancora una matrice poetica di tipo idealistico, anche se, come abbiamo detto, essa si esplica e rifonda un modello “altro” di poesia. Parliamo, appunto, della citata Poesia visiva e Concreta, e questa remora ha finito per costituire un limite e la necessità di un suo superamento. Si arriva così alla più recente operazione del linguaggio ideativo acutamente e risolutivamente teorizzato, praticato e sostenuto dalla compianta Rossana Apicella, attraverso le ipotesi e i postulati della Singlossia, dove il visivo e il verbale non possono essere scissi. Un linguaggio di ricerca e di riscontro, di attuazione non soltanto sulla pagina del libro o su qualsiasi altra superficie fissa, ma praticabile dovunque, soprattutto negli scenari urbani. Una ricerca, come precisava la stessa Apicella, che si propone di “non chiudere nessuna area di esperienza”. Proprio su questa vasta potenzialità di intervento, si appunta ora il lavoro sia teorico che operativo di Ignazio Apolloni, caratterizzando la sua Rivista dei più significativi prodotti, sia a livello personale che da parte di altri autori in campo nazionale.
Da ciò, dunque, il titolo più completo di questo nuovo numero della Rivista INTERGRUPPO SINGLOSSIE su cui si baserà la continuazione della sua nuova serie. Singlossia, Singlossie: che cosa significa questo termine. Essi sono nuovi e inconsueti, derivano da etimologie greche e sono stati creati dall’Apicella sul modello del linguaggio medico-scientifico (per intenderci: come cardiologia, psichiatria, geografia, antropogeografia, ecc.). Così, monoglossia sta ad indicare l’uso di un solo strumento per trasmettere un messaggio. Essa può servirsi del linguaggio visivo (disegno che trasmette un messaggio, quadro anche astratto, ma con puro valore iconico), o del linguaggio verbale nelle sue tre articolazioni fondamentali: 1) parola detta; 2) parola scritta; 3) gesto sostitutivo della parola. Pertanto la monoglossia è l’uso di un solo strumento, con una sola funzione semantica. Dalla monoglossia si passa alla paraglossia, cioè al linguaggio nel quale i due elementi, visivo e verbale, sono posti in posizione parallela, uno dei quali ha funzione didascalica, esplicativa: il titolo di un quadro, la scritta sotto un poster pubblicitario, ecc. Diversa è invece la SINGLOSSIA, che è incrocio del linguaggio visivo e verbale. Per Singlossia si intende, allora, l’incrocio del linguaggio idosemantico o visivo e del linguaggio fonosemantico, cioè verbale. Essi raggiungono un punto nel quale i due linguaggi si completano, nel senso che l’uno non può essere comprensibile senza la presenza dell’altro. La Singlossia, per tali ragioni, può essere considerata il fenomeno più portante della nostra civiltà semiologica: essa è tipica del cinema, della televisione, della pubblicità, dello scenario mobile, fonetico, della città, come di molte altre manifestazioni che rendono protagonista il vedere conosciuto e non, così da rendere ormai inadeguata, insufficiente la stessa definizione di Civiltà dell’immagine che deve cedere il posto a quella più appropriata di Civiltà della singlossia, appunto. Su questa più urgente esigenza insiste in tal modo INTERGRUPPO SINGLOSSIE cui Ignazio Apolloni attribuisce un ruolo di informazione e di comunicazione tra i più conseguenti, conferendo a questo primo numero della nuova serie un articolato e qualificato quadro di riferimento da cui emerge tutta l’importanza della sperimentazione e della ricerca in questo campo variamente dislocata nelle aree geografiche più fertili e impegnate, divaricate da uno spettro di interessi, sia teorici che operativi, che vanno dalla favola, agli audiovisivi, alle nuove idee letterarie, ai nuovi linguaggi immaginari. In tale panorama, si colloca intanto, con una sua precisa e feconda fisionomia lo stesso Apolloni, fondatore e direttore, come si è detto, della Rivista. Giudicata tra le più originali e confacenti, la sua produzione singlossica si basa su aspetti ed esiti ludico-fantastici particolarmente incisivi ed ironici, laddove per ironia si deve intendere, nel suo caso, non tanto o non semplicemente l’intervento caustico di un giudizio irritante, ma la fabulazione sottilmente critica e ribaltata, immaginifica, creativa dell’evento agìto tra immagine e parola, ma anche della sola scrittura, come nel suo libro “Favole per adulti” di cui Roberto Roversi ha scritto tra l’altro, che “nella libertà della favola riconquistata e dissacrata, crudeli mostruosità si mescolano a ridicole buone azioni, patetiche aspirazioni di grandezza si ricompongono in catastrofi politico-ecologiche e gli stessi protagonisti si scheggiano e frantumano nell’inestinguibile dimenarsi di battute e sberleffi”. E poi le Sketch poesie singlossiche dello stesso Apolloni, prodotte, per la parte vignettistica, dal felicissimo disegno di Cerami; e ancora la nutrita serie della poesia impossibile, nella quale la componente ludico-linguistica ed ironica raggiunge i maggiori traguardi della sintesi singlossica. In definitiva, tutte le operazioni che riguardano questo settore di attività verbo-visiva, tendono a dimostrare come la scrittura non può più essere al servizio della sola voce intesa come espressione diretta della parola. La nuova scrittura visuale, pertanto, non mira più ad essere la traduzione fedele del parlato, dove gli assetti semiotici della scrittura stessa riflettono le reali connotazioni dell’universo segnico e non più quello prevalente (prima) della parola. Seguendo i percorsi iniziali e la loro evoluzione dinamica, al fine di evitare le loro possibili cristallizzazioni, le ultime poetiche verbo-visuali – cioè quelle che indagano da alcuni decenni sulle possibili integrazioni fra parola e immagine – stanno da qualche tempo traducendo la scrittura, con i suoi atti e sconfinamenti, nonché le sue possibilità fonico-espressive, nel linguaggio, nel video e nel cinema. In questo modo, parola e scrittura sono portate a una lettura-dimensione diacronica, diventando esse stesse protagoniste delle loro scomposizioni e ricomposizioni nelle possibili amplificazioni multimediali. Nell’ambito della ricerca singlossica agisce pure un gruppo di operatori siciliani che fanno capo ad Apolloni e alla sua Rivista. Michele Lambo che ha trasferito gli interessi della propria ricerca nel campo dell’elettronica, dell’audiovisivo, ottenendo suggestivi risultati di linguaggio multimediale; Franco Spena che dal versante pittorico trae formule poetiche e la simbiosi tra immagini e scrittura; Salvatore Salamone, particolarmente inventivo nell’uso delle predette componenti; Anna Guillot che agli assetti e armonie cromatiche conferisce stupende soluzioni alfabetiche. Lambo, Spena e Salamone fanno parte del Centro Duchamp di Caltanissetta, indicativamente denominato “Magazzino di Immagini e Parole”, il solo che operi in Sicilia. Il palermitano Piero Buffa, il cui gioco grafico, condotto sulla superficie del foglio con abilità di movimento, di allusioni e di fughe, metaforizza il pentagramma, producendolo in sonorità visive. E infine, il più recente Pietro Ales capace di strabilianti input combinatori di collages, dove le referenze verbo-visive perseguono l’immaginario dell’iperbole, un improbabile significante. E quindi, l’efficace singlossia nelle sculture di Giusto Sucato; per finire con l’accattivante e frantumato linguaggio lettristico colto dalla fotografia di Giovanni Franco attraverso le lacerazioni del manifesto sui muri della città. E per ultimo, la ricerca di scrittura visuale povera condotta da chi vi parla e la Fabra, attenta studiosa dell’evoluzione linguistica di questa poetica. Insomma, per concludere si ha una Convergenza totale, multimediale, di segni, immagini e scritture che rivelano la nascita di un nuovo linguaggio di Poiésis destinato a risalire le radici della civiltà e della storia del linguaggio come espressione del collettivo interpretato dalla attuale autonomia del singolo.
